The Danish Girl

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Il solo ripensare a questo film mi fa tornare le lacrime agli occhi, condizione che si verifica ormai con tutti i film in cui recitano questi incredibili attori, Eddie Redmayne e Alicia Vikander.

È la storia della prima persona al mondo che ha scelto di cambiarsi, perché la natura non ha assecondato quella parte di sé, sempre presente, che non corrispondeva a  quello che era.

Einar Wegener è diventato Lili Elbe.

E sua moglie, Gerda, l’ha accompagnato fino alla fine del suo percorso ed ha detto l’ultima cosa che aveva importanza: lasciala volare via.

Come l’aquilone per cui Hans, un amico d’infanzia di Einar, da adulto interpretato da un grande Matthias Schoenaerts, aveva pianto quando l’aveva visto scappare col vento.

Einar Wegener ama Gerda, la sua intraprendenza, inquietudine, ricerca della giusta ispirazione per dipingere, la sua gioia nell’amarlo a sua volta. Einar le è devoto, la desidera, la vede con sé nel futuro, la ama per sempre anche nell’attimo presente e Gerda è lo specchio del suo amore e di se stesso. Gerda è la dimostrazione dell’amore che va oltre ogni barriera imposta dalla società e da noi stessi, va oltre quello che deve essere e quello che è, ascolta la voce di Einar ma, soprattutto, lei è la prima, l’unica, una volta e per tutta la vita, a sentire quella di Lili e a diventarle amica, ad assecondarla e ad accettarla nonostante l’atroce strazio di dover dire addio ad Einar.

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Eddie Redmayne ha qualcosa di straordinario. Ho notato che ha lo sguardo sempre umido, e l’emozione di cui è bagnato colpisce anche te: l’acqua del suo dolore, della sua gioia, del suo entusiasmo, della sua paura diventa le lacrime che cadono dai tuoi occhi. Eddie Redmayne, con ogni suo ruolo, ti entra dentro perché come Einar è diventato Lili, Eddie diventa ogni suo personaggio come se non esistessero più filtri. Non riesco più a definirlo bravo. Riesco solo a dire Eddie è Einar, Eddie è Lili come Eddie è stato, nel 2013, Stephen Hawking e tante altri personaggi prima di lui. Eddie è chi interpreta, e questo supera qualunque considerazione sulla sua bravura: la sublima. Fa capire che è nato per tutto questo.

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Alicia Vikander brilla sullo schermo, con quei suoi dolci occhi scuri che diventano ambra quando piange. Ci ha regalato una Gerda meravigliosa, una donna forte, che ama fino in fondo alla sua anima l’uomo che ha scelto e che continua ad amare anche quando uomo non è più. Perché in amore non si abbandona. In amore si resta. Ed Einar e Gerda sono restati, l’uno per l’altra, sempre. Einar è stato sincero con Gerda, seppur ritagliandosi quei momenti con se stesso e Lili, Lili e se stesso, attimi di cui aveva bisogno per comprendersi. Ma per comprendersi davvero aveva bisogno di Gerda perché lei l’ha resa donna, l’ha resa bella.

E l’ha resa possibile.

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Vi consiglio di guardarlo con tutto il cuore.

Arianna

Tu leggi fan fictions?

Le fanfictions

Se sapete cosa sono, ci siete dentro e potrete divertirvi a trovare veridicità o difetti nelle cose di cui parlerò.
Se non lo sapete, sappiate che si tratta di un mondo oscuro.
Cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.

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Uno dei primi libri che ho letto nella mia vita è stato “Piccole donne” seguito da “Piccole donne crescono” di Louisa May Alcott. Ho seguito con passione le vicissitudini di quattro sorelle di cui Jo, aspirante scrittrice, è stata da subito la mia preferita, anche se all’epoca non sapevo quanto avrei amato, in futuro, l’arte dello scrivere. Ad accompagnare le avventure delle sorelle c’è lui, Laurie, che si innamora di Jo e le chiede di sposarlo. Lei gli vuole bene – ed io direi che prova per lui qualcosa di più – ma lo rifiuta.

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Jo e Laurie sono stata la mia prima OPT.

**OTP, nel liguaggio del web, è l’acronimo di One True Pairing, ovvero solo, vero, legame possibile. Estrapoliamo il concetto? Coppia perfetta.**

È praticamente una ship distrutta.

**Nel linguaggio del web, ship significa, appunto, coppia, e l’italianizzazione nel verbo to ship diventa shippare, ovvero volere che due o più individui si trovino in una relazione. **

Quanto avrei voluto che Jo e Laurie si sposassero ma ho dovuto accettare la realtà, che si può rendere più sopportabile grazie all’incredibile potere dell’immaginazione. Perciò, se io volessi scrivere una storia in cui Jo fa una scelta diversa, potrei farlo… anche se non mi chiamo Louisa May Alcott e sono solo una fan con il cuore spezzato.
Ecco, quel genere di storia è una fan fiction.

La prima fan fiction pubblicata sul web vede come protagonisti due personaggi maschili di Star Trek che si innamorano. Sarà un caso che la prima fan fiction pubblicata su internet sia di genere slash?

**Le storie slash presentano come tema preponderante un amore o un qualunque rapporto omosessuale.**

E ne troverete in qualunque categoria. Infatti esistono i fandom,

**rivisitazione della parola kingdom, per intendere il regno dei fan di una determinata opera. Abbiamo fandom di libri – a partire da Omero fino all’ultimo libro pubblicato – telefilm, racconti, cantanti ed attori. **

Prima che gridiate al sacrilegio, allo scandalo e simuliate attacchi di cuore, vorrei farvi notare che quelle che chiamiamo fan fictions esistono dalla notte dei tempi.
La Guerra di Troia con i personaggi mitici coinvolti è stata trattata da innumerevoli autori, Omero sì, ma anche da altri ai più sconosciuti. Qualche nome? Stasino, Arctino, Lesche… addirittura possiamo trovare la continuazione della storia dove Omero l’aveva interrotta. E certi personaggi sono ripresi anche da poeti di diversa nazionalità: Virgilio, un poeta latino, scrive l’Eneide ed il protagonista è Enea, personaggio che appare alla fine dell’Iliade di Omero – ed Enea, uomo pio quanto volete, con Didone si comporta proprio da italiano medio!

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Didone è decisamente una tipa melodrammatica. Le sceneggiate napoletane devono essersi ispirate a lei. Certo che sua sorella Anna poteva anche consolarla con le parole di Raffaella Carrà:

trovi un altro più bello che problemi non ha.

Per Enea:

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Non fraintendete, amo la Letteratura, ma come si fa con gli amici più cari, oltre a coccolarli con il proprio affetto bisogna anche sfotterli. *faccia da diavoletto*
Ebbene potrei continuare all’infinito. L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto è una precisa continuazione de L’Orlando Innamorato di Andrea Boiardo, che si era a sua volta ispirato al ciclo carolingio.
Oggi molte ragazzine scrivono storie con i loro cantanti e attori preferiti come protagonisti. Prima ancora che le crediate delle povere figlie malate, anche Angelo Poliziano e Ludovico Ariosto inserivano nelle loro opere personaggi ispirati a persone reali, spesso loro amici.
Non tutti sono capaci di scrivere fan fictions. Oltre a possedere le caratteristiche di uno scrittore, un fanwriter deve conoscere al meglio un mondo creato da una mente che non è la sua, e questa è una sfida. Come si entra nella mente di un’altra persona? Si bussa e si entra in punta di piedi, si chiede il permesso.

Ci immaginiamo una chiacchierata tra noi e lo scrittore.

“Che finale orrendo.”
“Be’ allora scrivilo tu.”
“Posso?”
“Nessuno te lo impedisce, a meno che io non sia George R.R. Martin o J.R. Ward. Se si tratta di noi no, non puoi, perché l’abbiamo proibito. Quindi se decidi di scriverle non potrai metterle su internet, ma farlo leggere solo al tuo gruppo di amici, al tuo gatto e al tuo postino.”

Già, degli scrittori – quelli che ho citato sono rispettivamente autori delle saghe Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco e La confraternita del pugnale nero – non vogliono che si scrivano fan fictions sulle loro opere. Paura che i loro personaggi vengano rovinati o paura che i fans si inventino espedienti migliori dei loro?

“Che libro bellissimo, non sarò mai alla tua altezza. Ma mi è venuta quest’idea… e se la scrivessi?”
“Fai pure.”
“E se quello che scrivo è brutto?”
“Il libro vero è il mio. Il mio libro sarà sempre la base autentica del mio mondo e dei miei personaggi.”

Le fan fictions sono un divertimento, un mezzo per sognare e per condividere, ed è un ottimo punto di partenza per chi si approccia alla scrittura per la prima volta. Ma c’è anche un’altra cosa: la soddisfazione più grande è inventare, scrivere, partendo dal nostro cuore e dalla nostra anima, in modo che i personaggi rappresentino il nostro cuore e la nostra anima. Se ispirarsi alle opere di qualcun altro può essere un punto di partenza, scavare dentro di noi è il punto d’arrivo. 

Come in libreria ci sono bei libri e brutti libri, ci sono belle e brutte fan fictions. Che alcune di esse, brutte già come fan fictions, si trasformino in altri, brutti libri, è un’altra, triste storia.

D’altronde, il lettore di oggi si merita di essere definito un ricercatore: di talenti, di belle storie, di momenti indimenticabili.
In questo link trovate tutte le informazioni sul mondo delle fan fictions.
Al prossimo post,

Arianna

Albion – Ombre ed intervista a Bianca Marconero

Benvenuti all’Albion!

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Eccoci qui, lettori, nel college più prestigioso che possa esserci, con l’ambiente più selezionato e gli studenti più speciali. Se siete qui, forse anche voi avete qualcosa da nascondere – o qualcosa che nascondete ma senza saperlo.

“Albion – ombre” è il secondo libro della pentalogia Albion, che narra le vicissitudini di adolescenti che scoprono di essere destinati a qualcosa di molto più grande di loro.

Perché in loro rivivono gli spiriti dei cavalieri della tavola rotonda. Non l’avete letto? Filate, smash, a leggerlo.

Perché non posso più trattenere il fiume in piena di parole che “Albion – Ombre sta facendo straripare. Un secondo libro è sempre una sfida. Non è mai, di solito, come ce lo aspettiamo: è un po’ di più o un po’ di meno. Tanto di più o tanto di meno.

Sono lieta di dirvi che in questo caso è tanto di più, e se avete apprezzato il primo libro non potrete non innamorarvi del secondo.

Avevamo lasciato i nostri ragazzi con la scoperta di qualcosa di leggendario.

Li troviamo, oggi, nel percorso di accettazione di essere loro stessi una leggenda.

«Tu non agisci come un re.»

«Perché non lo sono.»

Marco Arturo Cinquedraghi. Non è facile essere un re, se nessuno ti ha mai insegnato ad esserlo. Se fino a sei mesi fa non sapevi che cosa voleva dire fidarti davvero di qualcuno. E provare l’emozione divina di riconoscere d’esser voluto bene. Marco sa poche cose ma una è questa: non è un re. Non vuole esserlo. Non è nato per esserlo.

Per quello era nato Riccardo. Lui era giusto. Marco invece è la personificazione del concetto dell’errore, perché ne fa bizzeffe. Io, lettrice, a volte vorrei riempirlo di schiaffi, a volte abbracciarlo, a volte qualcosa di meno pudico ma… come darmi contro? Se guardi quella bocca a che cosa puoi pensare?

Helena di certo può capire questo stato d’animo. La dolce eppure combattiva Helena. Ho provato diversi sentimenti verso di lei, a un certo punto vera antipatia, ma mi è passata subito. Mi viene da definirla solo adorabile, perché comprendo a pieno, in determinate circostanze, i suoi comportamenti.

“Attenta a quello che desideri”, recitava un vecchio adagio, “perché potresti ottenerlo”.

Helena è, per natura o insegnamento, diffidente. Lo è stata con Marco dall’inizio, per motivi che sono andati solo irrobustendosi. Ed è teneramente commovente il modo in cui i suoi pensieri e il suo corpo si sciolgono al tocco inatteso ma desiderato di Marco. Anche se lui sbaglia sempre quel momento è davvero perfetto, ed io non ho potuto fare a meno di crogiolarmi nella dolcezza, nello stupore, nella felicità. Mi sono sentita proprio come Helena, ho vissuto un po’ della mia vita mischiata a quella di questa ragazza ed è stato bellissimo. Sapevo anche che l’idillio sarebbe presto finito, perché Marco non delude mai – deludendoci. Nel loro rapporto c’è qualcosa che stride, a volte è un gesso sulla lavagna, altre volte due pietre aguzze che danno vita a una scintilla. In entrambi i casi non si torna mai indietro. Perché Helena non si tiene mai dentro quanto il comportamento di Marco sia inopportuno ed immaturo, ed altrettante volte si tiene dentro quanto è grande il desiderio e l’altra cosa spaventosa che prova per lui. È sempre pronta a rimproverarlo, e Marco le dà sempre ragioni per farlo. Se solo Helena scavasse più a fondo… Marco ha buone intenzioni, ma non è compito di lei scavare: nemmeno io avrei scavato. Per una volta lui deve dimostrare chi è, anche se non ha scelto di esserlo.

Deve essere il re, e deve capirlo da solo.

Lance scoppiò a ridere in quel suo modo straordinario, che alleggeriva le cose e dava l’illusione che i problemi potessero svanire.

*sospira* *stracotta* *svenimento*

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Lance sa essere un’ancora di salvezza in tutto questo ed anche, per la prima volta, l’opposto: lo strumento ingannevole che ti fa affogare nell’abisso, ancora da svelare, ancora da comprendere davvero. Perché una commedia degli equivoci con un cocciuto come Marco provoca un grande disastro.

Soprattutto quando a presagirlo c’è lei.

Morgana.

Bellissima, ipnotica, sexy e furba.

Soprattutto ambigua. I misteri con lei non sono ancora risolti e forse ne sorgeranno altri. Per ora faccio un inchino alla sua magnifica presenza – straordinariamente caratterizzata pur restando insondabile – che ci ha riempito di dubbi, ci ha fatto fare supposizioni e ce l’ha fatta maledire e benedire. Non mi fido di lei, affatto. Ma non possiamo fare a meno di lei, quindi ci adatteremo.

Erek e Deacon? Sono fedeli a se stessi, strappano sorrisi con la loro leggerezza e la loro profondità: si può essere entrambe le cose, come accade anche con la fortissima Samira che è anche fragile – «morirai con gli occhi chiusi per non vederli tornare» –, due aspetti che coesistono, una moneta che nasconde una faccia per mostrare l’altra. E Bianca Marconero ha dato prova della sua invidiabile scrittura, che ho trovato migliore – di un livello altissimo, me la sento di definirlo perfetto – rispetto al primo libro. È cresciuta: lo stile essenziale e lineare che ho trovato in Albion si arricchisce, in Abion – Ombre, senza risultare pesante. Diventa, in certi punti, poetico. Diventa vestito indossato dai personaggi a misura perfetta. Diventa la loro voce. Diventa Albion in tutta la sua magica bellezza.

E la leggenda rivive.

Artù, Morgana, Lancillotto, Ginevra, Mago Merlino… sono loro e non sono loro. Sono soprattutto loro stessi. E questo farà la differenza.

Strano a dirsi, ma sono riuscita a rivedermi in tutti i personaggi, anche in quelli meno capiti dal pubblico dei lettori. Lance, per la sua capacità di controllo e calma apparente, anche se dentro di lui – lo si può sentire – ci sono viaggi e tempeste; Helena, con la tendenza all’autoprotezione per paura di essere ferita; Morgana, che si mostra come un mistero ancora da rivelare; Deacon, che vuole sempre che le cose vengano fatte per bene; Erek, che sa come salvarti e strapparti un sorriso; Samira, che nonostante i dolori passati sa sempre qual è la cosa giusta da fare (anche se non è detto che poi la faccia! :p). E Marco… be’, Marco è caratterialmente il mio opposto ed è il mio preferito per questo. Gli opposti si attraggono o chi si somiglia si piglia? Non avremo mai una risposta.

Non amo questa saga perché ci ho rivisto un po’ di me, o almeno non solo. Albion è come uno specchio magico: ti mostra quel che sei ma è anche un portale, una strada che ti porta alla scoperta di qualcosa di incredibile.

Quel che più mi resta dentro, quando do una possibilità a una storia, sono i personaggi. Ebbene non dimenticherò i personaggi di questa storia, perché ci sono stati davvero, e ci sono. Perché mi hanno toccato il cuore e lì vanno a finire tutte le cose che restano.

Sono lieta, quindi, di cominciare l’intervista con la nostra autrice! :3

Intervista a Bianca Marconero

  • Benvenuta, Bianca, nel mio posticino! :3 *Offre tè – earl grey, andiamo sul sicuro – e biscotti in piena atmosfera british* Grazie mille per essere qui ❤

 

Grazie, adoro il tè e sono felicissima del tuo invito. Mi scuso per il ritardo. Ma c’era traffico…

  • Cominciamo da te. Bianca Marconero. Chi è? È il tuo vero nome oppure il nome della vera parte di te?

Bella domanda! Pensandoci, non credo che sia la parte più vera, non è neppure “particolarmente” vera e di sicuro non mi ci riconosco. Bianca Marconero è una sorta di partizione del cervello che va per conto suo. Io e lei conviviamo in modo pacifico, sebbene siamo entrambe persuase che l’altra si prenda più tempo di quanto le spetti.

 

  • Perché scegliere uno pseudonimo? È un modo per proteggersi o per far sì che le proprie storie raggiungano le persone giuste, non condizionate da altri fattori?

Forse per molti è così. Per me si trattava di una scelta naturale. Ho sempre riconosciuto alle storie un’esistenza a prescindere da me. La stessa che si attribuisce, per esempio, a un figlio: dici che è “tuo”, ma non è che ne disponi o possiedi le sue scelte e il suo futuro. Forse per questo non metto il mio nome, mai, su nulla di quello che faccio. E sono, assolutamente, dell’avviso che l’opera venga prima dell’autore.

 

  • Sono innamorata del ciclo Bretone, di re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. Mi chiedo: quando e come è scattata la scintilla? Ovvero, quali sono state le condizioni in cui hai pensato “devo scrivere una storia in cui i cavalieri della tavola rotonda non hanno mai smesso, in un certo senso, di vivere?”

C’è una certa deriva valoriale, siamo in crisi di ideali, ma resiste, per fortuna, il senso istintivo per separare ciò che è giusto, civicamente, da ciò che è sbagliato. Il ciclo bretone parla di protagonisti imperfetti ma, allo stesso tempo, pervasi da una perpetua tensione al miglioramento e fedeli a un’idea edificate dell’impresa, intesa come azione che dà un significato al nostro passaggio. Albion declina, in un contesto moderno, le imperfezioni, gli errori e la crescita. Confesso anche di aver subito il fascino del supereroismo latente della materia di Bretagna. Cioè Artù, Merlino, Morgana e Lancillotto potrebbero essere personaggi inventati da Stan Lee: sono i Fantastici Quattro, sono gli Avengers, sono I Guerrieri della Galassia. Sono un super-gruppo, ante litteram.

 

  • Quanto è importante avere un’idea chiara nella mente prima di scrivere? Secondo te è bene aspettare e delineare più dettagli, prima di scrivere, o seguire l’ispirazione e scrivere immediatamente?

Dipende dalle storie. Generalmente preferisco affrontare il foglio quando le cose si sono chiarite e sono già state scritte, più volte, nella mia testa.

 

  • Scrivi tutto di getto oppure ti aiuti con schemi e scalette?

Schemi e scalette sono la salvezza. Quando sono pronta a scrivere spesso lascio in sospeso le intro dei capitoli e le descrizioni ambientali. I dialoghi invece vengono costruiti intorno a una sola idea narrativa. Ti faccio un esempio pratico.
Tra qualche giorno dovrò lavorare a un capitolo fondamentale per Lance, che ruoterà intorno a questo appunto, scritto in forma di dialogo.

“fai bene e male al mio cuore, nello stesso modo e ti amo, per entrambe le cose. Sei il coraggio che mi manca. Vivi oltre i confini che io non so superare”

 

Qui c’è tutto quello che Lance dovrà ammettere, quello per cui Heidi non lo perdonerà,  ci sono le sue verità e i suoi sentimenti è c’è già il casus belli! Questo è il “seme” da cui si originerà la “pianta” del dialogo, ma anche l’unità narrativa del capitolo e infine il plot twist dei capitoli successivi.

 

  • Qual è il personaggio che nella stesura ti è più sfuggito dalle mani?

A turno, tutti! Le variazioni dell’agenda sono cosa comune. Limitandomi ai plot romantici ho litigato con Marco perché gli piaceva troppo Morgana; litigato con Helena perché avrebbe voluto togliersi qualche soddisfazione con Lance. E, a proposito di Lance, mi sono rassegnata ad ammettere che il bromance con Marco sia una sublimazione della sua latenza bisessuale.
Deacon è il personaggio più disciplinato. E questo è paradossale perché Deacon è matto.

 

  • Qual è stato il percorso di Albion per arrivare a Limited Edition?

È nato in seno alla Limited, ancor prima che la Limited esistesse. Quando arrivò il contratto con il distributore nazionale LEB aveva bisogno e urgenza di pubblicare qualcosa. Quello che hanno fatto sul primo Albion a livello editoriale e tipografico è stato un miracolo per la micro editoria.

  • «È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla». A parlare è Cesare Pavese, il quattro maggio del 1946. Condividi questo pensiero? E tu, quando scrivi, a chi parli?

Con tutto il rispetto per Pavese, il piacere di “parlare alle folle” mi è del tutto precluso. Non ho mai parlato a un pubblico di adulti e sebbene non ci sia, generalmente, certezza del domani, voglio sbilanciarmi e dire che non accadrà mai. Non mi soffermo neppure sul fatto che qualcuno possa leggere quello che scrivo. So che succede, ne ho le prove, ma non ci penso. Tuttavia, ammetto che parlare da soli è il mio guilty pleasure. L’unico problema, squisitamente sociale, è che lo faccio senza accorgermene. E così capita che mio marito o mia figlia mi avvertano, richiamandomi all’ordine.
«Lo hai fatto»
«Cosa?»
«Quella cosa con le mani e con la bocca».

E io capisco al volo che ci sono ricaduta.

 

  • Albion è di genere Young Adult. Quali colleghe, che scrivono del tuo stesso genere, consiglieresti di leggere ai lettori dai gusti più difficili, per dimostrare che non è il genere a garantire la qualità ma il sentimento autentico che c’è dietro una storia?

Qui, scusami, ma glisso. Conosco molti autori che stimo, ma non vorrei si mettesse in dubbio l’obiettività della mia preferenza. Quindi, per stavolta, risparmio a me e ai bravi autori questo antipatico sospetto.

  • Non si smette mai di studiare, quando si scrivono storie?

Oh, no. Mai. La scrittura prevede la formazione permanete.

 

  • Hai scoperto tu la scrittura o è stata la scrittura a scoprire te?                                    Mi ha scoperto. È venuta da me. Si è presentata come soluzione al mio problema di orientamento nella vita. Ma era una soluzione fasulla. Non risolve il caos del mondo reale, lo moltiplica in un gioco di specchi, praticamente infinito.

 

  • In quali ore della giornata (o della notte) preferisci scrivere? Lo fai ogni giorno?

Scrivo ogni giorno, sì. E purtroppo non mi posso permettere il lusso di scegliere quando. Le cose importanti della vita si dispongono, occupano i loro slot, e, nel tempo che resta, si infila la scrittura.

 

  • Il lavoro di editing: come si fa a revisionare un romanzo?

Gran domanda, grazie. Io ho avuto degli editor e mi sono occupata di editare testi altrui. Mi sono fatta un’idea abbastanza precisa. Per farla breve bisogna considerare tre aspetti: psicologia, formazione e istinto. La “psicologia” di un editing produttivo prevede di istaurare un rapporto di fiducia. L’autore deve sentire che l’editor vuole bene alla storia, l’editor deve essere un coach della motivazione dell’autore e, mai, mai, mai minare la sua sicurezza. Nessun autore, in quella fase è sicuro di sé, nessuno si sente all’altezza. L’editor non è un maestro con la matita rossa, è l’amico pronto a passarti le soluzioni sotto banco, se sei in crisi. È il complice , è l’alleato.

Per quello che riguarda la formazione, l’editor deve essere un professionista della scrittura e lo scrittore deve riconoscere la sua “autorevolezza”.

Veniamo ora al terzo punto: l’istinto. Quello è come il coraggio, nessuno se lo può dare. L’istinto è come il senso di ragno di Spider-man, è quel formicolio che ti prende la nuca e ti obbliga a tornare indietro e rileggere. La cosa veramente difficile è razionalizzare l’istinto. È dare una forma concreta, logica accessibile a quel problema avvertito a fior di pelle e infine fornire all’autore una soluzione o una rosa di soluzioni. Ed è qui che molti editor cadono. Miseramente.
Mi è capitato recentemente di vedermi assegnato un editor che lavorando in modalità revisione, ogni tanto mi faceva trovare note con questi messaggi subliminali:  «????»
Ecco. I punti interrogativi, sono la cosa più mortificante, controproducente, spiazzante e aggiungo stupida che un editor può lasciare ai margini di un testo.
È mortificante perché sottintende che il tuo testo è in mano a una persona a cui manca il tempo ( o le motivazioni economiche) per strutturare un’obiezione; è controproducente perché l’autore va in crisi; è spiazzante come, in genere, la maleducazione, perché ci dovrebbe essere una “etichetta applicata all’editing” che sancisca in modo inequivocabile che «????» è da cafoni. Infine è stupida perché qualunque obiettivo ci sia dietro a (differente da quelli elencati) poco ma sicuro che non viene raggiunto. Il rapporto autore/editor non se ne avvantaggia; il testo non se ne avvantaggia; il progetto non se ne avvantaggia.
Quindi è definitivamente stupida.

 

  • Sai già come finirà Albion?

Direi di sì. E non vi piacerà.

 

  • Il genio della lampada ti mette a disposizione tre desideri, puoi chiedere qualunque cosa. Cosa chiedi?

Oh, miseria! Da grandi poteri, grandi responsabilità, dico bene? Quindi devono riguardare per forza il pianeta, l’umanità e le risorse.

  • Hai altri progetti in cantiere oltre alla saga di Albion?

Quello di smettere! E ti giuro che non scherzo. Porterò a casa questa saga, se tutto va bene nel 2018. Dopodiché continuerò a lavorare come Editor, a scrivere fiumi di storie di redenzione e formazione, ma se ho capito una cosa in questi tre anni, è che pubblicare non fa per me.

 

  • Qual è il personaggio a cui somigli di più?

Deacon. Come lui sono meno accomodante di come sembro, come lui sono intransigente, snob, megalomane e fondamentalmente insopportabile!

 

Alla bisessualità latente di Lance mi sono perduta.

La mia anima di fangirl è completamente andata.

 

Grazie ancora a Bianca per avermi dato l’opportunità di intervistarla e… correte a leggere Albion! *-*

Al prossimo post :3

 

Arianna