The Imitation Game

The Imitation Game

Alan Turing: matematico, genio, uomo

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Non sapete che cosa fare, in queste fredde sere invernali? Guardate questo splendido film, perché non è solo una grande storia, è storia vera. Candidato a cinque Golden Globes e ad otto premi Oscar, diretto da Morten Tyldum, ecco la storia dell’uomo e genio matematico Alan Turing, interpretato da uno straordinario Benedict Cumberbatch che, con Keira Knightley, Matthew Goode e Charles Dance, fa parte di un cast stellare.

Alan Turing c’era ed ha fatto qualcosa che ancora c’è, ancora resta. Con la collaborazione di un gruppo di matematici, selezionato attraverso un bizzarro test a parole crociate, ha decifrato il codice segreto dei messaggi nazisti. Ha messo in atto un’ancor più segreta strategia per far vincere la seconda guerra mondiale all’Inghilterra. Ha studiato una macchina che pone le basi per creare quello che oggi noi chiamiamo computer.

«Le persone che nessuno immagina possano far qualcosa, sono le sole che possono far qualcosa che nessuno immagina.»

(Dal dialogo tra Alan e Christopher).

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Ambientato tra gli anni ’40 e ‘50 con frequenti flashback al passato giovanile di Alan, il film ci accompagna nello sviluppo di una nostra sempre più intensa consapevolezza che, rivelandosi, ci fa sentire il cuore pesante. Dopo aver reso un inestimabile servizio allo stato Inglese, Alan viene arrestato per l’allora considerato crimine di essere omosessuale. Di fronte alla scelta tra due anni di carcere e la castrazione chimica, Alan sceglie la seconda opzione, in modo da poter continuare i suoi studi nella sua abitazione. Sconvolto dall’assunzione dei farmaci, rifiuta l’aiuto dell’amica, collega ed ex-fidanzata Joan Clarke, con cui aveva stroncato il rapporto per salvaguardare la sicurezza di lei, interpretata dalla splendida Keira Knightley.

«Noi non siamo come le altre persone, noi ci amiamo a modo nostro. Possiamo vivere la vita che vogliamo. Non sarai il marito perfetto, ma io non ho la minima intenzione di essere la moglie perfetta. Non voglio prepararti l’agnello mentre tu sei al lavoro. Lavorerò, tu lavorerai, ed ognuno avrà la compagnia dell’altro. La compagnia e la Mente. Sarà meglio di molti altri matrimoni.
Perché… perché io ci tengo a te. E tu tieni a me. E ci capiamo come nessuno ha mai capito noi.»
(Dal dialogo tra Alan e Joan).

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Dei trafiletti, sullo sfondo dei sorrisi dei matematici che bruciano i documenti segreti dell’operazione, ci informano della sua fine. Alan si suicida dopo due anni, ingerendo del cianuro.

Fa male, conoscere tutto questo. Troppo male crederci, sopportarlo, ammetterlo. La storia di Alan è stata raccontata dopo cinquantacinque anni dal suo suicidio. Nel 2009 il governo britannico ha dichiarato delle scuse ufficiali per il trattamento omofobo a cui Alan è stato sottoposto. La regina Elisabetta II, nel 2013, gli ha elargito la grazia postuma.

Il film ci mostra Alan per com’è, ma sempre attraverso gli occhi degli altri. In ogni scena è accompagnato sempre da un altro personaggio: Alan non è mai solo e noi lo vediamo con gli occhi di chi gli è vicino. Questo rende il film emotivamente forte senza andare a scoprire l’intimità di Alan. L’intimità sono le parole, i rifermenti, gli sguardi.

The Imitation Game è un film sulla vita di Alan Turing ma ne rimaniamo sempre distanti. Il suo è un racconto, non lo viviamo: lo vediamo, lo ascoltiamo. Questo ci basta. Questo è quello che Alan ci avrebbe raccontato, se avesse potuto. La storia di un uomo. La storia di un matematico. La storia di una vita vissuta con dignità.

Chi gli ha fatto del male non ha dignità.

«Sai perché agli uomini piace la violenza?»
«Perché è appagante.»

(Dal dialogo tra Alan e Huge Alexander).

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Chi chiude gli occhi di fronte a questa violenza non ha dignità.

Forse, se tutte le persone del mondo in un momento a caso di questa giornata pensassero all’unisono grazie, Alan Turing, forse, con la forza di tutti questi pensieri, potremmo avvicinarci a rendere quanto dobbiamo a quest’uomo.
E forse, quando tutti gli individui di questo mondo si vergogneranno per quello che gli è stato fatto, saremo degni di essere definiti esseri umani.
Anche se non basta, anche se non cambierà il passato, non posso che concludere così.

Grazie, Alan Turing.

Al prossimo post,

Arianna

Le stagioni dell’attesa e intervista all’autrice, Elisabetta R. Brizzi

Le stagioni dell’attesa

 

Quanto è importante, l’attesa, nella vostra vita?

Ci diciamo resisti, arriverà domani. Passerà. Sii paziente.

Abbi coraggio.

Così attendiamo: il nostro amico in ritardo o che passino i cinque anni di liceo; che l’amore arrivi e ci lasci fulminati; che lui ci chieda scusa; che ce la facciamo, a fare il lavoro dei nostri sogni; che arrivi il giorno in cui siamo davvero chi vogliamo essere…

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Ho scoperto questa raccolta di racconti perché Elisabetta inserì un post nel bellissimo gruppo facebook Fiumi di Parole. Ho comprato Le stagioni dell’attesa all’istante e non me ne sono affatto pentita. La semplicità dei contenuti coincide con il vero sentimento, perché questo è quello che sentirete leggendo: uno scuotersi improvviso. La vostra anima è una casa con tutte le finestre aperte e Le stagioni dell’attesa è il vento improvviso che vi fa danzare le tende, vi fa volare i fogli sul tavolo e i tovaglioli in cucina, svolazzare i vostri capelli e battere forte il cuore. Le stagioni dell’attesa è un titolo che va dritto al punto: sì, queste persone aspettano. Che si mostrino i gabbiani a stagliare il cielo sopra il mare nel racconto Gabbiani, in cui due ragazzini spezzati, Mattia per la gamba e Francesco per l’anima, contro le difficoltà della loro giovane vita. Ed anche in Un passo dopo l’altro, in cui un uomo si ritrova ad aspettare che la terra accolga quella donna ch’è stato il suo amore, insieme al suo bambino. In Cacciatore, in cui un uomo malato dei suoi demoni passati è un animale che attende le sue prede nell’ombra: disintegra vite di innocenti con l’illusione di uccidere la donna che l’ha reso un mostro, ancora una volta. In Alice sapeva d’estate c’è un primo amore, l’attesa del primo bacio, la tenerezza di tutte le prime volte. La bambina dagli occhi color cobalto è la storia di un padre che attende col cuore in gola di rivedere la sua bambina. Joséphìne ci racconta di due innamorati distrutti dalla guerra,  si sono cercati e aspettati a vicenda ma c’è troppo strazio per sentire ancora l’amore. In Ogni cosa a suo posto uno scrittore attende con foga l’idea giusta per poi ritrovarsi circondato da un mondo che non lo capisce… e tanti altri racconti che scoprirete leggendo, ma c’è una novità: nella versione cartacea de Le stagioni dell’attesa potete trovare ben due racconti inediti: In Un giorno d’estate, l’attesa di una partenza nel ricordo di un amore ed Eterno Novembre, un addio forzato per il meglio di una vita che arriverà ma… ma c’è sempre un ma.

La sua scrittura mi ha fatto pensare che non cambierei assolutamente niente. La definirei equilibrio perfetto.

Essenziale, a tratti secca, ma piena di tutto il necessario, della poesia della vita, nella vita che si traduce in poesia anche nella prosa. Un’autrice che sono stata estasiata di scoprire, e per questo sono felicissima che abbia accettato di essere intervistata da me. Siete curiosi di conoscere Elisabetta?

 

Intervista a Elisabetta R. Brizzi

 

  • Ciao, Elisabetta, e benvenuta nel blog di essereviventeescrivente. Ti ringrazio tanto per avermi dato la possibilità di intervistarti, perché sei un’autrice che stimo moltissimo e sono molto emozionata *.* Ricordi com’è nato il tuo amore per la scrittura e ricordi qual è stata la prima storia o qualunque altro componimento che hai scritto?

L’amore per la scrittura è nato con me. Fin da bambina giravo per casa con un quaderno e una penna per appuntare i primi abbozzi delle mie storie. Non ricordo con esattezza quale sia stata la prima cosa che ho scritto, ma di sicuro i tentativi primordiali erano racconti tratti dai miei telefilm preferiti che riadattavo ambientandoli nella mia città e usando come protagonisti famigliari e amici!

 

  • C’è una poesia che amo molto sul modo di approcciarsi alla scrittura, ti allego qui una delle parti più significative:

non farlo
a meno che non ti esca
dall’anima come un razzo,
a meno che lo star fermo
non ti porti alla follia o
al suicidio o all’omicidio,
non farlo
a meno che il sole dentro di te stia
bruciandoti le viscere,
non farlo.
quando sarà veramente il momento,
e se sei predestinato,
si farà da sé e continuerà finché tu morirai o morirà in te.

non c’è altro modo
e non c’è mai stato.”

 

Si tratta di “E così vorresti fare lo scrittore?” di Charles Bukowski. Come commenteresti questo pezzo e ne condividi il messaggio? Quindi, qual è secondo te il miglior modo di approcciarsi alla scrittura e che cosa significa scrivere per te?

Non conoscevo questo pezzo ma lo condivido rigo per rigo, concordo su ogni singolo passaggio perché in sostanza è ciò che penso anche io. Non bisognerebbe mai scrivere niente che non ti nasca da dentro, dal fondo dell’anima come la furia di un mare in tempesta. E, infatti, io scrivo solo quando l’ispirazione me lo consente, quando sento le parole, “le parole giuste”, scalpitare in me e fuoriuscire in modo naturale quanto il respiro. Posso passare giorni senza buttare giù nulla e altri in cui concludo un racconto o un intero capitolo. E di solito, prima di iniziare qualsiasi cosa, anche lo stesso capitolo di un romanzo, ci rifletto, me lo scrivo “in testa”, valuto se è proprio così che deve essere e poi procedo. Sarà per questo che non sono veloce a concludere i miei lavori!

 

  • Hai sempre sognato di fare la scrittrice e come si è svolto il tuo percorso di studi?

Come ho detto all’inizio, scrivo fin da bambina e già allora sognavo di poter pubblicare le mie storie! La scrittura ha sempre fatto parte di me e quando ho scelto il percorso di studi universitario è venuto naturale iscrivermi a lettere moderne. L’università è stata fondamentale per acquisire consapevolezza della parola scritta e poi amavo profondamente ciò che studiavo. Dovessi rifarla, farei esattamente la stessa scelta… e non solo perché con la matematica non sono mai andata d’accordo!

 

  • “Le stagioni dell’attesa” è una raccolta di racconti. Preferisci scrivere racconti o romanzi?

Non ho una preferenza, nel senso che ci sono storie che nascono per estinguersi entro poche pagine e altre che invece chiedono un respiro maggiore. Di solito, poi, quando sono in “fase stesura libro”, se mi capita di scrivere racconti tendono a toccare le stesse tematiche del romanzo. Non per nulla ora sono in modalità “amore e sentimenti”!

 

  • All’interno della raccolta c’è un racconto che mi ha colpito in particolar modo: una donna che, alla morte dell’uomo che amava a cui aveva promesso di farcela da sola, ammette la sua incapacità a rialzarsi. Il tema della debolezza è molto interessante, il riconoscere la propria tristezza ed il proprio dolore molto maturo. Non trovi che questa consapevolezza sia la vera chiave per cercare, un giorno, di rimettere insieme i nostri pezzi?

Penso di sì, credo che solo vivendo e attraversando il dolore si possa riuscire a superarlo, anche se certe sofferenze ti restano dentro per sempre. Il segreto è imparare a conviverci senza fartene schiacciare e capire che puoi farcela anche da sola, che puoi ricominciare a vivere senza più quella persona al tuo fianco, nonostante il vuoto che lascia.

 

  • Quali sono i tuoi scrittori e romanzi e generi preferiti e qual è lo stile di scrittura che preferisci?

Senza dubbio ti dico Pavese oggi e per sempre. Lui aveva una capacità di scegliere la parola giusta, una sola parola e di chiuderci dentro un mondo. Il suo stile è dosato, calibrato, perfetto e le sue storie ti entrano dentro in punta di piedi e di restano nell’anima per sempre. Poi amo Bassani, Moravia, Faletti, Baricco, ma più quello del passato, diciamo fino a Mister Gwyn (capolavoro assoluto). Questi dal punto di vista della narrativa, poi c’è tutta la branca della poesia! Comunque, nell’epoca contemporanea, vado molto a libri, a storia. Dagli autori citati avrai anche capito che prediligo le scritture asciutte con punte di liricità, quasi di poesia. Digerisco poco gli stili troppo barocchi, che si specchiano in se stessi (Baricco è un’eccezione!).

 

  • Quant’è importante l’esperienza diretta per scrivere? E l’immaginazione?

Sono entrambe fondamentali ma non credo in chi sostiene di dover scrivere solo se hai vissuto direttamente quanto stai raccontando. Se fosse così le letteratura sarebbe morta da tempo! Piuttosto bisogna usare il proprio vissuto per raccontare anche ciò che non si è sperimentato di persona, ricercare sensazioni proprie che aiutino a capire il modo giusto in cui narrare una scena. E poi ovviamente bisogna informarsi, la documentazione è importantissima.

 

  • Il posto perfetto per scrivere: esiste e tu hai il tuo?

Non so se esista un posto perfetto ma diciamo che il mio è la mia camera, seduta sul letto e con il computer portatile. Di sera, poi, niente luce del lampadario ma quella dell’abat-jour che ha meravigliose sfumature ocra e crea un’atmosfera di maggiore raccoglimento e concentrazione.

 

  • Quanto è importante la musica nella scrittura?

È fondamentale, io scrivo sempre e solo con la musica. Ogni storia ha la sua colonna sonora e se non ho le canzoni giuste trovo difficoltà a concentrarmi.

 

  • Che cosa consiglieresti ad un aspirante scrittore e cosa ne pensi del fenomeno dell’autopubblicazione? Com’è stata la tua esperienza con l’editoria?

Penso che l’autopubblicazione sia un modo alternativo di prendersi lo spazio nel campo editoriale che viene spesso ingiustamente negato ma solo a patto di curare alla perfezione il testo, il che significa editing spietato e rilettura fino allo sfinimento. Mi è capitato di leggere libri di autori autopubblicati che nulla hanno da invidiare a chi ha un editore. L’editoria è un campo di battaglia, ci sono tanti libri stupendi e altri che ti chiedi come possano piacere. Conosco autori che avrei pubblicato a occhi chiusi e invece non trovano chi gli dia lo spazio che meritano. Il mio percorso è stato complicato, tanti rifiuti, tante richieste a pagamento (soprattutto all’inizio, quando non conoscevo l’esistenza delle EAP), tante delusioni, fino a quando ho incontrato Lettere Animate (per Le stagioni dell’attesa, Sulla punta di un respiro e Agostino) ed Eve (per Le Ultime Luci della Sera) che mi hanno dato fiducia. Di strada ne devo fare ancora tanta, sono all’inizio e devo crescere, artisticamente parlando, tanto.

 

  • Il tuo ultimo romanzo è “Le ultime luci della sera”. Se dovessi descriverlo in tre parole quali useresti?

Bella domanda e complicata! Vediamo, potrei dire che è un romanzo intenso, coraggioso e vero.

 

  • Hai sentito parlare dei manuali o corsi di scrittura creativa e cosa ne pensi al riguardo?

Se un corso è ben fatto può essere utile ad affinare la tecnica, a capire gli errori che si fanno, a ripulire il proprio stile e ad imparare come si deve scrivere un romanzo, perché contrariamente a quanto si pensa, la stesura di un libro segue delle regole precise, non si fa a “braccio”, come viene. Io ho avuto la fortuna di incontrare chi ha avuto la pazienza d’insegnarmelo e di starmi dietro. Mi ha aperto un mondo, facendomi capire dove sbagliavo. Quello è stato il punto di svolta, il momento in cui la mia scrittura è maturata.

 

  • Stai scrivendo qualcosa in questo momento e puoi darci qualche indizio su questa tua nuova storia?

Naturalmente sì, in realtà sono già quattro anni (l’ho detto che sono lenta!) che sto lavorando a un nuovo libro ed è completamente diverso da questo appena uscito, soprattutto come tematica. Sarà una trilogia e si muove su due grandi temi: l’amore e l’arte intesa come musica. E poi parla di crescita personale, di cambiamento, di perdite. Il titolo sarà lo stesso per tutti e tre i libri, cambierà solo il sottotitolo. È un romanzo a cui sono molto legata perché è unito a doppio filo con me…

 

  • Vivere di scrittura: è possibile?

Se intendi di scrittura creativa, quindi di libri, ti dico che è possibile solo se fai il “salto”, ossia se riesci a pubblicare con un grosso nome ma non è detto che poi ottieni risultati in termini di vendite così alti da poterci vivere. In senso più ampio, invece, la scrittura può essere uno strumento lavorativo, io nella vita faccio la copywriter per intenderci e ogni tanto scrivo articoli per portali e riviste.

 

  • Quale dei personaggi di cui hai scritto è quello che più ti somiglia e perché?

Di sicuro è Elena, la protagonista del nuovo romanzo e lo è perché è il prolungamento di me. È  il personaggio che più di tutti mi sta cucito addosso.

 

  • Tu, tra dieci anni: come ti vedi?

Lo sai che non lo so? Posso dirti cosa sogno. Vorrei essere più affermata dal punto di vista artistico e avere una persona accanto (continuare a lavorare è sottointeso 🙂 ).

 

Grazie ancora ad Elisabetta per le sue splendide risposte. Vi ho convinti a leggerla? Se vi interessa il suo romanzo, ecco qui la copertina e la trama.

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Due gemelli, Gabriele e Giulia, vivono un inferno quotidiano fatto di incomprensioni e violenze domestiche. All’apparenza nessuno si accorge di nulla ma, quando Giulia si innamora, finalmente rivela al fidanzato tutte le sue angosce. Un insospettabile segreto unirà i fratelli ancora di più, quando Gabriele svelerà una ad una le mancanze del padre, dando un duro colpo anche all’omertà della madre. Una storia che svela come i disagi mai affrontati dei genitori ricadano spesso sui figli, finché questi ultimi non decidono di alzare la testa e, con il giusto sostegno psicologico, affrontano i propri fantasmi per tornare a nuova vita, facendo pace con se stessi e il proprio passato.

 

Grazie ancora ad Elisabetta per aver accettato di essere intervistata ❤

Al prossimo post,

Arianna

Spazio Emergenti

Vodka&Inferno

di Penelope Delle Colonne

Ciao, lettori! Ho questo blog per parlare di infiniti viaggi, infinite vite ed infinite storie. Ed ho anche pensato: perché non dare spazio anche agli autori emergenti? Penelope Delle Colonne mi ha aggiunto su facebook e per caso, sulla home, mi è apparsa la copertina del suo libro. Così ho pensato: perché non farle un’intervista? Ha accettato ed io l’ho ringraziata caldamente per questa possibilità.

Sono rimasta colpita dal titolo, che mi ha lasciata a metà tra la perplessità e la curiosità…

vodka&Inferno

Il Vodka&Inferno parla di una famiglia russa di Fine ‘800 molto particolare. Il principe Viktor Mickalov, tornato alla vita in una falsa morte accolta tra le gondole veneziane, riporterà la famiglia agli antichi splendori con una strana, inquietante bevanda dagli ingredienti segreti: la vodka&Inferno. Ma Viktor e i suoi non sanno nulla del mondo della notte con cui giocano troppo e di cui credono di essere i figli legittimi.

 

Intervista a Penelope Delle Colonne

 

  • Ciao, Penelope. Benvenuta nel mio blog essereviventeescrivente! Se sei qui, sei un essere e vivente anche tu :3 per questo ti chiedo, come ti sei addentrata per la prima volta nel mondo della scrittura?

 

Baci di Luna. Essere vivente non saprei. Essere, forse. Vivente ho i miei dubbi. Sono l’essere dall’avere negato, dice Viktor, un mio figlio di carta.
Non mi sono addentrata nel mondo della scrittura, racconto storie. Per raccontare storie bisogna scrivere. La scrittura è un mezzo per dire qualcosa. Se si ha qualcosa da dire. E solo quando si ha qualcosa da dire bisognerebbe scrivere.

 

  • Il tuo romanzo d’esordio si chiama “Vodka&Inferno”. Un accostamento curioso: una bevanda alcolica ed un concetto ultraterreno. Come ti è nata l’idea per il romanzo e come mai questo titolo?

Vodka&Inferno è arrivato da solo. Non so precisamente come e quando. Me lo chiedono in molti ma io non ricordo l’inizio… è come se fosse stato sempre con me. I miei figli di carta sono gli unici a non avermi mai tradita. Li conosco da quando ero piccola, molto piccola. Siamo cresciuti insieme. Adesso è arrivato il momento di farli camminare da soli. Il titolo per le loro storie l’ho trovato a caso. Mi piace giocare con le parole, combinarle tra loro in maniera anche bizzarra.

 

 

  • Franz Kafka dice “Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un’ascia nel mare ghiacciato che c’è dentro di noi”. Condividi questo pensiero?

Assolutamente. Non sprecare carta se non hai niente da dire né da esprimere, né da comunicare. Né da distruggere. L’arte è turbamento, ambiguità e provocazione. Senza provocazione non c’è arte.

 

  • C’è qualcuno nella tua vita con cui condividi la tua passione per la scrittura?

Il mio ragazzo e gli amici che ho conosciuto tramite internet in tutti questi anni. Senza di loro il Vodka&Inferno non esisterebbe. Lo scrittore, anche il più pessimo, non va mai lasciato solo. Non avrebbe avuto senso scrivere il Vodka&Inferno senza qualcuno pronto a fantasticarci sopra. Quindi devo rendere grazie a queste persone, il Vodka&Inferno è anche –e soprattutto- loro.

 

  • Il tuo romanzo è di genere Urban Fantasy. Quali sono i tuoi libri ed autori preferiti del genere?

Io un genere non ho. Lo dico davvero. Non so perché sono finita in un contesto gotico, né perché il 1894. Probabilmente sono stati i miei figli di carta a deciderlo. Volevano vivere lì e li ho accontentati.

 

  • Qual è il personaggio a cui credi di somigliare di più, del tuo “Vodka&Inferno”?

Ogni figlio ha qualcosa dei genitori. Lascio ai lettori l’ardua sentenza.

 

  • Che cosa ne pensi del fenomeno dell’autopubblicazione e come parleresti della tua esperienza con l’editoria?

Lascio le polemiche ad altri.

 

  • Ascolti musica mentre scrivi e quale genere prediligi?

Ogni mio figlio di carta ha un TEMA personale. Quando scrivo di quel figlio di carta ascolto quel TEMA e anche canzoni che mi ricordano il suo modo di fare, la sua storia, i suoi amori. Prediligo la musica classica quando devo entrare nell’ambientazione ottocentesca, ma sono una che vaga da Manson a Cristina d’Avena passando per la Disney.

  • Chi è la Morte Fidanzata presente sulla copertina del libro?

No spoiler, no party!

 

 

  • Da quali lavori cinematografici, musicali e letterari sei più influenzata nelle tue produzioni?

Thomas Mann, Emily Dickinson, Ugo Tarchetti, Moravia, Arrigo Boito, Walter Scott, Bram Stoker, Mary Shelley, Goethe, Conan Doyle, Palahniuk, Pennac, Anne Rice, Isabella Santacroce, Tim Burton, Tarantino, Disney, Manga e Anime come Hellsing o Black Butler, Bach, Camille Saint-Saëns, Brahms ma soprattutto. Tchaikovsky con lo Schiaccianoci e  Donizetti con Lucia di Lammermoor.

 

 

  • Vodka&Inferno è un libro autoconclusivo o una saga? Stai scrivendo qualcosa in questo momento e potresti parlarcene?

Si tratta di una serie di romanzi. Dovrei riprendere a breve (impegni permettendo) la stesura del secondo volume. Il titolo è ancora incerto.

 

  • Che cosa vuol dire essere uno scrittore?

Lo scrittore è la fenice che brucia per vivere molteplici vite.

 

  • La Russia è l’ambientazione del tuo romanzo: ci sei mai stata e come ti sei documentata? Come mai proprio la Russia?

Non ci sono mai stata forse per questo la amo. Il desiderare supera sempre il reale. Ho scelto la Russia perché… il cognome della famiglia Mickalov suonava come russo, tutto qui, dopodiché ho iniziato la documentazione vera e propria.

 

 

  • Qual è il tuo più grande sogno/il tuo sogno si sta realizzando?

Diventare scrittura che vive.

  • Se dovessi parlare di te in terza persona, che cosa diresti?

Attenta a quella pazza, stanne lontana. Violenta le menti e le porta alla perdizione. Scrive malissimo storie cattive di froci e lesbiche. Crede di essere chissà chi e non è nessuno!

 

Al prossimo post,

Arianna

L’Amante

L’Amante

di Marguerite Duras

I libri brevi hanno qualcosa di straordinario: in un pomeriggio si presentano a te, ti dicono addio e tu continui a sentirli per tutta la vita.

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Una povera ragazzina francese e un ricchissimo disgraziato cinese si amano sullo sfondo dell’indocina del Nord. Anni ‘30. Lei è Marguerite, anche se non viene mai pronunciato il suo nome. Lei è vera come solo i personaggi dei libri possono essere, ma vive anche fuori da questa storia: è Marguerite Duras, la donna che questa storia l’ha vissuta, e nel 1984 – anno di uscita del libro – la racconta in tutto quello che è stata. Un amore intriso d’odio e disprezzo – un ossimoro, sì – una passione calda e meretrice, una curiosità guerriera e impudica, una sconsideratezza nei confronti del dolore che si può avere solo quando dell’amore non si sa niente. Lui, l’amante, sa: la deflora, la invade, la usa, e a sua volta si lascia deflorare, invadere, usare, consapevole di essere sempre più vicino alla fine, perché gli amori così si perdono nelle correnti della vita: lo tsunami spazza via tutto e poi il mare torna come prima, piatto, splendido, custode di vergognosi segreti. E voi, se leggerete questo romanzo, sarete trasportati in fondo al mare, perché il nodo alla gola che si percepisce mentre si legge è un po’ simile all’annegare. Le vicende dei protagonisti ti imbevono l’anima e te la fanno affondare nella pena dolce di tutte quelle finzioni che superano, a autenticità, la realtà. Per tutto il romanzo lei è carnefice e lui vittima. Solo quando vedrà l’Indocina allontanarsi mentre la nave lascerà il porto, Marguerite capirà d’esser stata la sola carnefice di se stessa, e che quando si spezza l’ultimo abbraccio esistono solo vittime.

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Gif del film “L’amante” del 1992 diretto da Jean-Jacques Annaud

L’amore insensato che provo per lui rimane per me un insondabile mistero.
Non so perché lo amassi al punto di voler morire della sua morte.
Ero lontana da lui da dieci anni quando è successo e pensavo a lui solo di rado.
Come se lo amassi per sempre e niente di nuovo potesse succedere a questo amore.
Avevo dimenticato la morte.

E voi, lettori, l’avere letto? Che cose ne pensate? Sarò felicissima di sentire la vostra voce.

E se non l’avete letto, vi ho convinti a leggerlo? Spero proprio di sì.

 

Al prossimo post,

Arianna

 

Eternal Sunshine of the Spotless mind

Eternal Sunshine of the Spotless mind

L’amore degli smemorati Joel e Clementine

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Ecco, lettori, vi regalo una storia: una storia davvero fuori dal comune. È una storia che potete guardare perché la racconta un film, Eternal Sunshine of the Spotless Mind, uscito in Italia col titolo Se mi lasci ti cancello nel 2004, diretto da Michel Gondry, con dei superlativi Jim Carrey e Kate Winslet come protagonisti.

Nulla di più semplice: il giorno di San Valentino, Joel, trentenne single, decide di non prendere il solito treno per andare a lavoro. Cambia meta e raggiunge la spiaggia di Mortauk. Lì incontra Clementine, un’estroversa e bella donna dai capelli arcobaleno, con cui instaura subito una forte sintonia.

Joel non sa che ha già conosciuto Clementine. Non sa che l’ha già amata, e che quello che le ha detto sul pullman che lo riportava a casa corrisponde alle stesse parole che sono state pronunciate la prima volta in cui le ha parlato.

Joel non può saperlo perché l’ha dimenticata, così come Clementine ha dimenticato lui.

Finito l’amore, infatti, Clementine si è rivolta ad una clinica speciale per eliminare Joel dalla sua vita e dalla sua mente, per cancellarlo. Per ripicca Joel ha fatto lo stesso. Eppure c’è qualcosa di sbagliato, in tutto questo. Perché, per quanto una persona possa averci ferito, non la si potrà mai cancellare come la magica clinica promette.

Abbiamo amato: la gioia nel passato, senza amore, diventa dolore, fastidio e incomprensione nel presente. È la vita, una continuità di cose che iniziano e finiscono, tanti piccoli cicli che si estinguono e non tornano più. Dimenticare significa solo tornare a sbagliare. Ritrovarsi al punto di partenza come Joel e Clementine che, non ricordando il passato, si sentono attratti l’uno dall’altra una seconda volta come se fosse la prima.

Che cosa è cambiato? Assolutamente niente. Se mi lasci ti cancello? No, ti ricordo, perché ci sei stato ed io ci sono senza di te e questo vale il passato, il presente e il futuro insieme.

Clem: Joel! E se tu rimanessi stavolta?
Joel: Se ne sono andati via tutti, non c’è più nessun ricordo.
Clem: Almeno torna indietro e inventati un addio, facciamo finta che ci sia stato. Addio, Joel.
Joel: Ti amo.
Clem: Ci vediamo a Montauk.

Una trama semplice ma intensa con un elemento di fantasia così ben inserito da sembrare reale e plausibile: la clinica seria e salvatrice che cura i cuori spezzati e che lavora tanto soprattutto a San Valentino.  Joel, schivo e silenzioso,  Clem, bizzarra e chiacchierona, il dottore della clinica, artefice dell’inganno e i suoi dipendenti, Stan e in particolare Mary, che sceglie di rivelare la verità a tutti i pazienti, sono personaggi verosimili, come le persone comuni che potremmo guardare e presto dimenticare mentre camminiamo per strada. Il film è un continuum di flashback alternati al presente, ricordi e vita nel pieno del suo vissuto: questo trasforma l’iniziale semplicità in un mosaico di sentimenti ed emozioni, un puzzle in cui, alla fine, tutti i pezzi vanno al proprio posto.

Ed ogni cosa va al proprio posto anche nello spettatore. Perché questo film mi ha regalato una commozione che è finita in un sorriso. Che ha dato valore al mio passato, alle persone che ci sono state e che non fanno parte del mio presente. Questo film mi ha mostrato che niente, nella gioia e nel dolore, soprattutto nell’amore, è mai vano. Allora il titolo originale, Eternal Sunshine of the Spotless mind, assume davvero significato, come nell’opera Eloisa to Abelard di Alexander Pope da cui è stato liberamente tratto:

Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale!
Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata.
Infinita letizia della mente candida!
Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio.

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Delicato. Brillante. Emozionante.

Guardate questo film e vedrete come quello che insegna l’amore di Joel e Clem sia, a dispetto di tutto, qualcosa che non si può dimenticare.

 

Arianna